Arrivo a pari punti: come scrivere criteri di classifica che reggono

Ogni torneo che finisce con una discussione al tavolo della segreteria ha un punto in comune: i criteri di spareggio erano scritti male, o non erano scritti affatto. È la parte del regolamento che nessuno legge fino al momento in cui diventa l’unica che conta.

La buona notizia è che serve una sola pagina, redatta prima del sorteggio, per eliminare il novanta per cento delle controversie.

Perché l’ordine è più importante dell’elenco

Quasi tutti i regolamenti usano gli stessi criteri: scontro diretto, differenza tra punti fatti e subiti, punti realizzati, sorteggio. La differenza tra un regolamento solido e uno fragile non sta in quali criteri si usano, ma nell’ordine in cui si applicano e in cosa succede quando le squadre a pari punti sono più di due.

Un esempio concreto. In un girone da quattro, tre squadre chiudono a sei punti. A ha battuto B, B ha battuto C, C ha battuto A. Lo scontro diretto è un triangolo perfetto e non dice nulla. Se il regolamento prevede solo “in caso di parità vale lo scontro diretto”, siete bloccati e la decisione finirà per essere improvvisata da una persona stanca alle sette di sera.

Il punto critico: parità a due o a tre

La distinzione fondamentale, e quella che manca nella maggior parte dei regolamenti scritti in fretta, è tra parità che coinvolge due squadre e parità che ne coinvolge tre o più.

Con due squadre lo scontro diretto è un criterio pulito: si sono affrontate una volta, c’è un vincitore, si chiude lì. È corretto metterlo al primo posto.

Con tre o più squadre lo scontro diretto singolo non basta e va sostituito dalla classifica avulsa: si costruisce una graduatoria considerando solo le partite giocate tra le squadre coinvolte nella parità, con punti, differenza e punti fatti calcolati esclusivamente su quegli incontri. Nel triangolo A-B-C sopra, ciascuna ha una vittoria e una sconfitta, quindi si passa alla differenza punti nei soli scontri diretti tra loro, e quasi sempre lì il nodo si scioglie.

La regola che rende il meccanismo coerente e che va scritta esplicitamente: se l’applicazione di un criterio risolve la posizione di una sola squadra, le restanti tornano al primo criterio e ricominciano da capo tra loro. Senza questa frase la classifica avulsa produce risultati contraddittori, perché una graduatoria a tre da cui si estrae la prima non è automaticamente valida per ordinare le altre due.

Una sequenza che funziona

Per un torneo a gironi con partite a punteggio aperto, come rugby, calcio, basket e pallamano, questa sequenza copre praticamente tutti i casi.

In caso di parità tra due squadre: esito dello scontro diretto; differenza tra punti fatti e subiti nell’intero girone; punti fatti nell’intero girone; minor numero di cartellini o sanzioni disciplinari; sorteggio.

In caso di parità tra tre o più squadre: classifica avulsa per punti nei soli incontri tra le squadre interessate; differenza punti nei soli incontri tra le squadre interessate; punti fatti nei soli incontri tra le squadre interessate; differenza punti nell’intero girone; punti fatti nell’intero girone; sorteggio.

Per gli sport a set, come pallavolo, padel e beach volley, la stessa struttura vale sostituendo punti con set: quoziente set, poi quoziente punti, calcolati come rapporto tra vinti e persi e non come differenza, perché i set persi possono essere zero e il rapporto va definito con attenzione. Meglio ancora, scrivere “maggior numero di set vinti, a parità minor numero di set persi” ed evitare del tutto le divisioni per zero.

I confronti tra gironi diversi

Quando la fase finale ammette le migliori seconde, si devono confrontare squadre che non si sono mai incontrate e che hanno affrontato avversari differenti. È il confronto più delicato e va normato a parte.

Il principio fondamentale è che si confrontano solo dati omogenei. Se un girone è da quattro squadre e un altro da tre, le seconde hanno giocato un numero diverso di partite, quindi i totali assoluti non sono confrontabili. La soluzione standard è escludere dal calcolo i risultati contro l’ultima classificata di ogni girone, in modo che tutte le squadre confrontate abbiano lo stesso numero di incontri considerati.

L’alternativa, più semplice e spesso più onesta, è costruire i gironi tutti della stessa dimensione, anche a costo di far giocare una partita in più a qualcuno o di inserire un turno di riposo.

La forma conta

Tre accorgimenti pratici che fanno la differenza sul campo.

Il regolamento deve essere consegnato prima del sorteggio, in un file o su carta, non spiegato a voce. Se un dirigente firma l’iscrizione avendo letto i criteri, la contestazione successiva ha un fondamento molto più debole.

Il calcolo deve essere mostrabile. Quando comunicate che la squadra B passa il turno, dovete poter esibire la tabella con i numeri. Un foglio di calcolo preparato in anticipo con la classifica avulsa già impostata vale, in quel momento, più di qualsiasi argomento verbale.

Il sorteggio finale va previsto sempre. Sembra un criterio povero, ma è l’unico che chiude la questione in modo definitivo. Un regolamento che non arriva mai a un esito univoco è un regolamento che prima o poi si blocca. E quando il sorteggio serve davvero, va fatto in presenza dei responsabili delle squadre coinvolte, non in segreteria a porte chiuse.

Un’ultima verifica

Prima di pubblicare il regolamento, provate a simulare due scenari sul vostro girone: tutte le squadre a pari punti, e un triangolo di vittorie incrociate. Se seguendo la vostra sequenza arrivate a una classifica univoca in entrambi i casi, il testo regge. Se in un punto qualsiasi dovete fermarvi a pensare, quello è esattamente il punto in cui vi fermerete anche la domenica del torneo, con venti persone intorno al tavolo.